«L’America non ha inventato i diritti umani. In realtà, è proprio il contrario. I diritti umani hanno inventato l’America» (Jimmy Carter)
di Gabriele Arosio
Costruttore di pace, ma con un mandato costellato da numerose crisi. Jimmy Carter è morto il 29 dicembre 2024, all’età di 100 anni, lasciando un’eredità complessa ma significativa nella storia e nella politica estera americana. Nato il 1 ottobre 1924 a Plains, Georgia, Carter è stato il 39° presidente degli Stati Uniti con un unico mandato dal 1977 al 1981.
Nel suo discorso di insediamento, citò il profeta Michea: «Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio» (Michea 6,8).
La sua presidenza è ricordata per la volontà di promuovere i diritti umani e la pace nel mondo, nonostante un contesto internazionale difficile, come quello della Guerra Fredda, e diverse crisi interne. Durante il suo mandato ha affrontato sfide che hanno minato la sua popolarità, come la crisi energetica, la stagnazione economica e la crisi degli ostaggi americani in Iran del 1979. In politica estera, Carter ha lasciato il segno soprattutto con gli Accordi di Camp David del 1978, che portarono alla pace tra Israele ed Egitto. Questa diplomazia paziente, basata sulla mediazione e il dialogo, ha definito il suo approccio agli affari internazionali, anche se i risultati non sempre furono apprezzati dai suoi contemporanei.
Liberato dalle preoccupazioni politiche a breve termine, Carter ha reinventato il ruolo di ex presidente americano. Richard Nixon trascorse i suoi giorni dopo la Casa Bianca affermando a gran voce la sua abilità nell’analisi politica; altri ex-presidenti avevano usato il loro status per ottenere lucrosi compensi per le loro conferenze. Carter è diventato famoso per aver aiutato a costruire case per l’associazione no-profit «Habitat for Humanity».
Nel 1982, insieme alla moglie Rosalynn, ha fondato il «Carter Center», in collaborazione con la Emory University di Atlanta, per promuovere le cause della democrazia e dei diritti umani e le iniziative di salute pubblica in tutto il mondo. Il «Carter Center» ha monitorato 100 elezioni in 38 Paesi allo scopo di prevenire frodi e intimidazioni degli elettori. Carter ha osservato personalmente decine di queste elezioni e nel maggio 2015 era in viaggio per il monitoraggio delle elezioni in Guyana quando si è ammalato ed è dovuto tornare a casa in anticipo.
Il suo impegno con il «Carter Center» è stato determinante per il conferimento del Premio Nobel per la pace nel 2002, «per i suoi decenni di sforzi instancabili per trovare soluzioni pacifiche ai conflitti internazionali, per il progresso della democrazia e dei diritti umani e per la promozione dello sviluppo economico e sociale».
Per tutta la vita, Carter è stato fedele alla sua fede battista, insegnando alla scuola domenicale della sua confessione anche quando risiedeva alla Casa Bianca. Nei 44 anni successivi alla sua presidenza, senza più essere oggetto di continue speculazioni su ciò che di lui era «reale» e ciò che era immagine politica, Carter ha potuto far leva sui suoi principi cristiani per unire piuttosto che dividere l’umanità. «Ciò che è degno di nota nell’approccio di Jimmy Carter alla vita pubblica e politica», ha scritto Joseph McAuley su America, «è la convinzione che la propria fede ha un ruolo da svolgere e che sia un elemento che non deve essere ignorato o sottovalutato».
