Riflessione su Atti 2 in prospettiva interculturale
Nicola Laricchio (Segretario Dipartimento Chiese Internazionali)
Il 2 giugno, ai Piani dei Resinelli, oltre un centinaio di battiste e battisti provenienti da diverse chiese della Lombardia si sono incontrati per una giornata di fraternità, culto e condivisione promossa da ACEBLOM.
Mentre preparavo la meditazione biblica, osservavo le persone sedute in quella sala. Volti diversi. Accenti diversi. Storie diverse. Comunità diverse. E mi rendevo conto che, forse, il testo di Atti 2 che avevo scelto per quella giornata era già davanti ai nostri occhi prima ancora di essere letto.
Quando pensiamo alla Pentecoste siamo spesso tentati di immaginare una sorta di miracolo dell’uniformità. Come se lo Spirito Santo avesse cancellato ogni differenza per fare di tutti una cosa sola.
Ma rileggendo il racconto biblico emerge qualcosa di diverso.
Lo Spirito non impone una lingua unica. Non cancella le identità. Non trasforma Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia (Luca si sofferma molto su questa pluralità nel suo racconto!) in un unico popolo indistinto. Al contrario. Le differenze restano. Le culture restano. Le lingue restano.
Quello che cambia è la possibilità di ascoltarsi.
Per questo, durante la meditazione, ho provato a sottolineare come il miracolo della Pentecoste non sia l’eliminazione della diversità, ma la nascita di una relazione capace di attraversarla.
In fondo, chi vive realmente l’intercultura sa bene che non è un processo semplice. Non è una fotografia colorata da esibire nelle occasioni ufficiali. È un cammino che richiede pazienza, ascolto e capacità di lasciarsi mettere in discussione.
Le differenze arricchiscono, ma talvolta complicano. Generano entusiasmo, ma anche incomprensioni. Aprono nuove possibilità, ma possono suscitare timori.
Eppure, proprio dentro questa complessità lo Spirito continua a operare.
C’è un dettaglio di Atti 2 che mi colpisce sempre. Alcuni comprendono ciò che sta accadendo. Altri rimangono confusi. Altri ancora deridono i discepoli accusandoli di essere ubriachi.
La stessa esperienza genera reazioni diverse.
Forse accade ancora oggi. C’è chi guarda alle nostre comunità interculturali e vede una benedizione. Chi vede una sfida. Chi vede un problema. Chi vede una promessa.
La Pentecoste non elimina il conflitto delle interpretazioni. Ci invita piuttosto a non averne paura.
Mentre parlavo, osservavo quella moltitudine raccolta tra le montagne lecchesi. Donne e uomini provenienti da percorsi differenti che pregavano insieme, mangiavano insieme, cantavano insieme.
E pensavo che, in fondo, questa sia una delle immagini più belle della chiesa.
Non una comunità dove tutti pensano allo stesso modo, parlano allo stesso modo o vivono la fede allo stesso modo.
Ma una comunità che sceglie di restare insieme nonostante le differenze.
Non è forse questa la sfida che ci attende anche nel futuro?
Non costruire comunità sempre più uniformi, ma imparare ad abitare le differenze senza trasformarle in muri.
Forse il contrario di Babele non è un mondo in cui esiste una sola lingua.
Forse il contrario di Babele è un mondo in cui lingue diverse riescono finalmente ad ascoltarsi.
E mentre il 2 giugno celebravamo la nostra fraternità battista immersi nella bellezza dei Resinelli, ho avuto la sensazione che lo Spirito stesse ancora facendo ciò che ha sempre fatto: creare ponti dove noi vediamo soltanto distanze.
Per qualche ora, tra quelle montagne, abbiamo potuto intravedere ciò che la chiesa è chiamata a essere: una comunità imperfetta, plurale, talvolta persino caotica, ma tenuta insieme da qualcosa di più forte delle sue differenze.
Dallo stesso Spirito.

