Di seguito pubblichiamo l’intervista fatta dal settimanale Riforma al co-presidente dell’associazione REFO+, Emanuele Crociani (chiesa battista di Milano via Pinamonte), sull’evento che si è tenuto il 21 settembre a Milano alla Casa dei Diritti.
Innanzitutto, in che cosa consistono queste “terapie” e in quali ambiti vengono applicate (religioso e/o medico?)? Ma… l’omosessualità non era stata depennata dall’elenco delle malattie mentali secondo l’Oms?
Le “terapie” riparative consistono in una serie di trattamenti molto diversi tra loro, che utilizzano alcune nozioni provenienti dalla psicologia in modo però del tutto improprio. Queste pseudo-terapie sono nate quando ancora si considerava l’omosessualità una malattia da curare, ma già dagli anni ’90 la comunità scientifica ha abbandonato questa vecchia visione perché ha notato che è errata. Perciò le terapie riparative sono antiscientifiche, inefficaci e dannose. I mezzi proposti per “guarire” sono i più diversi: colloqui con padri spirituali e sedute di gruppo, repressione dell’erotismo, prove di virilità/femminilità, svalutazione dell’aspetto corporeo della sessualità, autoconvinzione, molestie, demonizzazione dell’omosessualità, sottili intimidazioni. Al giorno d’oggi gli ordini professionali dei medici e degli psicologi hanno un codice deontologico che vieta loro di praticare queste terapie. Ormai chi porta avanti queste pseudo-terapie sono soprattutto ambienti religiosi, che stentano a riconoscere la “verità scientifica” contrapponendola alla “verità biblica”, in modo esplicito oppure in modo implicito, perché c’è il concetto che l’omosessualità è un “peccato da estirpare” che viene considerato più importante di ogni cosa. Teniamo anche conto che molte terapie riparative, invece di negare la scienza tout court, preferiscono rifarsi alle vecchie teorie scientifiche del diciannovesimo secolo, giudicando il progresso scientifico moderno “sbagliato” e “ideologico”.
L’incontro si è tenuto in presenza alla Casa dei Diritti a Milano, luogo importante per la comunità LGBTQ. Quale risposta c’è stata?
Ha partecipato un pubblico molto variegato che è riuscito a riempire la sala. Le associazioni organizzatrici, la R.E.F.O.+ e “Per i Diritti Umani”, hanno entrambe mobilitato i propri soci e simpatizzanti ma anche alcuni amici e colleghi. Qualcuno ha anche seguito online. Credo fossimo una quarantina di partecipanti in totale, un successo direi.
Se non sbaglio c’è stata una testimonianza diretta di una persona che ha subito sulla sua pelle queste “terapie”… ce ne puoi parlare?
La testimonianza del giovane Rosario, ex-seminarista e ora un attivista cristiano LGBTQ, è stata cruda e toccante. Ha parlato di come, durante la formazione in seminario, sia stato convinto a partecipare a un “gruppo di riparativo” lasciandogli intendere che per diventare sacerdote era un passaggio obbligato smettere di essere omosessuale. La pseudo-terapie subita (che ci ha descritto nei dettagli) gli ha procurato una depressione e ferite psicologiche che hanno impiegato tempo a guarire. Con la sua coraggiosa denuncia vuole produrre un cambiamento positivo nella chiesa.
Potresti dirci anche due parole di sintesi sui due interventi degli “esperti”, Federico Ferrari e Daniela Di Carlo?
Il messaggio principale dello psicoterapeuta Federico Ferrari (che sulle pseudo-terapie riparative ha scritto un libro) è che queste terapie non funzionano. Le pseudo-terapie riparative invalidano ciò che è il nucleo essenziale della persona, cioè le sue emozioni e la sua sessualità, annichilendo poi l’autostima e causando problemi psicologici. In seguito, Ferrari ha aggiunto che anche le credenze religiose fanno parte del nucleo essenziale del sé. La pastora valdese Daniela Di Carlo, esperta di teologia queer, considera la diversità il valore fondante delle società attuali. Ha poi lanciato con forza un messaggio evangelico: l’accoglienza delle diversità, anche LGBTQ+, deve essere incondizionata, citando gli episodi biblici di Filippo e l’eunuco e quello di Marta e Maria.
